Una delle lamentele che sento fare più spesso dalle persone nei confronti di loro stessi, soprattutto quando si parla di tematiche relative alla salute, è quella di non riuscire ad avere costanza.

“Ho iniziato molte volte a mangiare sano ma dopo un po’ è come se mi dimenticassi e torno a mangiare come al solito.”

“Faccio yoga per alcune settimane regolarmente tre volte alla settimana, poi magari sto fermo per due settimane o anche un mese, poi riprendo… sai com’è, con tutti gli impegni che ho.”

“Ho iniziato non so quante volte un programma di allenamento ma dopo i primi risultati lascio, anche se sto meglio!”

“Nei periodi in cui faccio meditazione quotidianamente sto proprio bene ma poi mi viene un senso non so se di noia o di perdita di tempo e mollo… e inizio solo quando sento che veramente mi manca.”

Per non parlare di tutte le persone che non riescono ad avere una prestazione costante nello studio o al lavoro.

Eppure tutti, ma proprio tutti, sanno che solo la regolarità e il tempo possono portare risultati soddisfacenti, tutti sanno che uscire troppo spesso dal tracciato ti fa perdere moltissimo tempo e ti fa, in diversi casi, vanificare completamente tutti gli sforzi che hai già profuso. Ciononostante sembra proprio che la maggior parte degli esseri umani abbiano enormi problemi con questa semplicissima virtù.

Ma c’è una soluzione per chi non ha costanza?

Molti sono convinti che occorra semplicemente una motivazione molto forte e la costanza arrivi. In effetti una fortissima motivazione porta alla costanza ma ha anche una serie di effetti collaterali non del tutto positivi, che indagheremo in un altro articolo.
Una buona motivazione, limpida e funzionale, aiuta tantissimo, è una colonna portante, ma non è l’unico aspetto.

Gli autori della maggior parte dei libri che parlano di cambiamento suggeriscono di rendere il nuovo comportamento un’abitudine, perché l’essere umano ha una gran facilità nel seguire, appunto, ciò che per lui è diventato abituale. Teoricamente funziona, ed in alcuni rari casi anche in pratica, ma la realtà delle cose, il più delle volte, è molto diversa.

Nella maggior parte dei casi non basta come sostengono questi testi, soffrire per il primo mese finché poi diventa un’abitudine e lo farai automaticamente, a prova di ciò vediamo che moltissime persone abbandonano nuovi comportamenti virtuosi dopo due mesi di pratica quotidiana. Come mai? Non è diventato abitudine e quindi facilissima da mantenere? Purtroppo non funziona sempre così.

Ma allora come funziona?

Il fatto è che la costanza non è così semplice, non è una qualità o una virtù ma è una vera e propria prestazione complessa, è la risultante di più qualità e più abilità applicate. Contribuiscono a sviluppare costanza qualità come coerenza, coesione, congruenza e concentrazione e anche abilità circostanziali come le abilità di pianificazione, la capacità di proiettarsi mentalmente nel futuro, la chiarezza di intenti, la stabilità e la centratura personale. Non dimentichiamo la resistenza fisica e mentale.

Quindi il problema ora si è ampliato… non solo ti puoi lamentare che non hai costanza ma ti puoi addirittura lamentare del fatto che non hai coerenza, stabilità, visione del futuro, ecc.

No, non è così, la maggior parte delle persone ha difficoltà in una sola di queste aree, quindi, una volta identificata quale sia, diventa molto più facile sistemare la colonna traballante e arrivare subito al risultato della costanza che non cercare di agire sulla costanza e continuare a farsela sfuggire per anni e anni.

Il passo decisivo

Oltre a questa strategia di identificazione e potenziamento dell’area debole c’è un altro aspetto fondamentale nello sviluppo della costanza: esiste una funzione archetipica che costituisce una vera e propria rappresentazione ideale e motoria della costanza, l’archetipo del cammino.

Quando hai la reale necessità di essere costante di solito è perché vuoi raggiungere una meta, altrimenti essere costante su un qualcosa che non ti porta da nessuna parte sarebbe puro autolesionismo. E il cammino è la funzione archetipica che la natura ti mette a disposizione come base per iniziare a costruire la tua potentissima, perseverante costanza, finché arrivi dove vuoi arrivare. O anche  finché cammini per il piacere di camminare, ma questo lo vediamo dopo.

Il cammino costante è ciò che ti porta a destinazione. Nella nostra cultura purtroppo si è perso molto di questo aspetto, fino a poche generazioni fa, la media dei chilometri che una persona che lavorava in campagna percorreva quotidianamente si aggirava poco sopra i venti chilometri al giorno. Fare venti chilometri al giorno tutti i giorni, su sterrato, magari attraversando anche un paio di volte il fiume, mantiene ben sveglio il camminatore ancestrale che è in noi.
Questa nostra parte primordiale vede la costanza come un qualcosa di ovvio e scontato, non si pone proprio il problema, è anzi l’unico modo di procedere finché non arrivi alla meta. Il giusto passo, bilanciato e regolare, la giusta respirazione, la schiena eretta e sciolta, anche quando caricata da uno zaino pesante. Non c’è alternativa.
Non era solo appannaggio dei contadini, in altre professioni si camminava ancora di più.

Tanti anni fa ho conosciuto un anziano che da ragazzo viveva in un piccolo paese dell’appenino parmense, come “lavoro” portava castagne, frutti di bosco, ecc.  ad un negoziante in riva al mare, otto ore di camminata a passo veloce, con la cesta piena, si riposava un po’ e tornava quasi di corsa visto che la cesta era vuota. 16 ore al giorno di sentieri di montagna col sole e con la pioggia.

Quando poi ha cambiato lavoro ed ha iniziato a fare l’imprenditore artigiano non ha avuto dei grossi problemi di costanza. È diventato un imprenditore di successo nel settore delle pelletterie fiorentine.

Evoluzione e genetica

Se andiamo varie generazioni più indietro, prima della stanzialità, tutte le culture antiche erano nomadi e quindi sopravvivevano grazie a lunghe, lunghissime camminate stagionali, trasferimenti che richiedevano necessariamente una prestazione costante, in questo caso non solo del singolo ma di tutto il clan.

Chi avesse avuto la forza o la volontà di camminare solo una settimana sì e due no non sarebbe sopravvissuto.
Considerato che per migliaia di anni siamo stati una specie migratoria la nostra selezione ed evoluzione sono avvenute anche in base alla costanza della nostra prestazione. E i nostri geni lo sanno benissimo.

Ora per recuperare la costanza non è necessario che cammini 8 ore al giorno, è importante però riattivare la parte di te che lo sa fare, riattivare la forza, la resistenza, la parte del cervello che è inarrestabile di fronte alle decisioni. Riattivare il sapere filetico.

Sbloccare la funzione archetipica del cammino, il passo sciolto e sicuro, l’andatura fluida e cadenzata, aiuta tantissimo, è la password per il primo livello. Il cammino ti insegna a mantenere la quantità di moto sfruttando al massimo l’inerzia, ad adattarti al terreno senza impantanarti, a non fermarti davanti agli ostacoli ma a prevederli da lontano, a respirare senza fretta, a procedere senza ansia.

La costanza e la coerenza diventano semplici, l’assiduità diventa ovvia, e la fatica, che fa parte del gioco, è bilanciata dal senso dell’orizzonte che cambia.

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