DELTΔSPORT

Ci sono alcuni atleti, una piccolissima minoranza, che apprendono e migliorano molto, molto più rapidamente della media.

Dove molti, anche preparatissimi, si fermano, loro sanno andare avanti e stupire.

Dove molti fanno fatica ad uscire dai vecchi schemi, loro sanno interpretare ed esaltare ogni tipo di tecnica o strategia che il coach gli suggerisce.

 

Qual è l’ingrediente che fa la differenza?

Si allenano di più? Hanno tecniche di allenamento migliori? Possiedono una dotazione genetica rara e invidiabile? Hanno una maggiore disciplina mentale? Prendono integratori all’avanguardia? Imparano con l’ipnosi durante il sonno?

I fattori che determinano il fenomeno possono essere tanti, tantissimi, ma considerato che da un punto di vista neurologico l’apprendimento motorio funziona allo stesso modo per tutti gli esseri umani, com’è possibile che esistano soggetti più o meno dotati, che la differenza sia così grande?

Come è possibile che la maggior parte degli atleti, nel cercare di assimilare i nuovi miglioramenti che il tecnico gli propone, debbano impegnare una quantità di ore incredibile, accumulando anche molto stress, mentre poi ci sono questi pochi fortunati che di fronte ad un suggerimento del tecnico, un’idea, un’ispirazione riescono a sviluppare nuove strategie di gioco, si inventano nuove soluzioni, fanno inaspettati salti di qualità?

Stiamo parlando di una percentuale veramente minima, di esseri umani che sicuramente si allenano bene e tanto ma, a differenza di tantissimi altri professionisti che allenano bene e tanto, questi fanno cose incredibili.

Stabiliscono nuovi record, incantano il pubblico, inventano nuove strategie, re-inventano il gioco.

Non sono dei mutanti, o dei cyborg e non vengono da un altro pianeta, sono in tutto e per tutto esseri umani, con le loro debolezze e i loro punti di forza, ma hanno un modo completamente diverso di utilizzare le une e gli altri. Sanno applicare con più efficacia i loro punti di forza e sanno proteggere molto bene le loro debolezze, quando non addirittura le sanno trasformare in punti di forza.

Non sono imbattibili ma ogni sconfitta li migliora.

Non sono invulnerabili ma ogni infortunio gli dà sempre più voglia di confrontarsi e di giocare.

Tutti vorrebbero essere atleti così, e ogni allenatore vorrebbe poter allenare, almeno una volta nella vita, un atleta così, ma purtroppo solo pochi, pochissimi hanno queste doti, o meglio, pochissimi riescono a esprimerle pienamente.

È un dato di fatto, il genio è merce rara… o no?

 

Qual è il segreto di questi campioni?

Chiunque sia nel mondo dello sport da tanto tempo, osservando le imprese di questi campioni, il loro “essere diversi da tutto il resto”, si fa le sue idee e ha le sue risposte:

Sono dei predestinati”

“È nato per fare questo”

“È un dono del cielo”

FORSE

Però la risposta mistica è troppo vaga, indimostrabile e comunque non serve.

 

“È una questione genetica”  

In parte VERO

ma troppo vago, l’insieme di informazioni genetiche che determinerebbe questa specifica abilità non è stato ancora identificato.

 

Hanno iniziato da piccolissimi”

FALSO

Anzi alcuni tra questi campioni hanno iniziato a praticare più tardi della media, e comunque iniziare prima degli altri non garantisce di diventare campioni.

 

Si allenano più degli altri”

FALSO

Certamente si allenano tanto, ma non più degli altri, a volte di più, altre volte meno di alcuni compagni di squadra. Infatti il troppo allenamento spesso BLOCCA questo loro “superpotere”.

 

Hanno avuto come insegnante il migliore”

FALSO

Ovviamente disporre di un coach illuminato è un grandissimo vantaggio, ma non è la condizione né necessaria né sufficiente per diventare così. Altrimenti i grandi allenatori sfornerebbero atleti del genere in continuazione, e invece di fatto questi continuano ad essere rarissimi.

 

Ecco il loro segreto

Queste persone possiedono un altissimo livello di:

  • coerenza
  • connessione
  • stabilità
  • precisione
  • sincronia

nel flusso di informazioni tra il sistema sottocorticale e il corticale.

È l’unico dato scientificamente coerente che può spiegare la performance di certi individui. Ma ora non ti voglio citare un elenco di ricerche, le potremo vedere in seguito e poi noi siamo gente pratica più interessata al risultato e alla bellezza del movimento che a come questa si produce. Quindi ti faccio qualche esempio.

Pensa a pallavolisti come Wilfrido Leon o Ervin N’gapeth: cosa li differenzia da tanti loro colleghi?

Per quale motivo ad esempio sanno salvare il gioco, o trovare il punto, quando per altri colleghi in nazionale sarebbe impossibile?

Non è solo una questione di attitudine o di determinazione o di quanto lo vogliono: è una pura questione fisica, anzi motoria.

Questo concetto va ripetuto perché è la base di tutto:

È una questione motoria

Questi campioni esprimono sempre una qualità motoria del tutto eccezionale, molto superiore ai loro compagni di squadra in termini di libertà di movimento e di coordinazione globale.

Hanno gesti talmente fluidi e coordinati che a volte, dall’esterno, diventa persino difficile comprendere le traiettorie e le tempistiche del movimento, finché non si vede il risultato finale. Cioè che mettono a segno il punto.

A volte sembrano rallentare l’azione, come se respirassero dentro il gesto, ma il risultato è poi esplosivo e manda fuori tempo gli avversari.

Un altro grande atleta che incarna questa abilità nella pallacanestro è Stephen Curry, la piena naturalezza e pulizia del gesto, anche quando è più sotto pressione, è disarmante per gli avversari.

Nelle arti marziali un soggetto rappresentativo è Anderson Silva. In certi casi, contro campioni di altissimo livello, lo si è visto doversi sforzare per non umiliare l’avversario. Le sue schivate lo rendevano “troppo imprendibile” e i suoi colpi andavano a segno con troppa precisione, in certi momenti sembrava quasi annoiarsi.

La coerenza tra i sistemi sottocorticali e quelli corticali del movimento porta questi atleti a incarnare le 5 qualità del movimento perfetto in maniera spontanea ed istintiva.

La stragrande maggioranza dei tecnici e degli atleti cercano le stesse caratteristiche in modo mirato, con esercizi specifici, che pur avendo una loro utilità NON portano a questo risultato.

Sicuramente gli esercizi possono portare a grossi miglioramenti, ma non possono far raggiungere questo obiettivo, cioè la totale naturalezza del gesto efficace, che avviene, appunto, in maniera naturale a tutti gli atleti che godono di una perfetta sincronia tra sistemi corticali e il sotto-corticali.

L’unico modo è agire direttamente su questi sistemi.

 

Ma cosa sono i sistemi corticali e sotto-corticali?

Forse a questo punto può essere utile chiarire con qualche esempio cosa appartiene principalmente al dominio del corticale e cosa invece al sotto corticale e come questi domini interagiscono nella vita quotidiana di uno sportivo, che lo vogliamo o no.

L’interazione tra questi sistemi condiziona sia il tecnico, nel suo modo di insegnare, di decidere strategie, di comunicare a tutti i livelli, sia l’atleta, nell’apprendere e nello spingersi verso prestazioni sempre più potenti ed efficaci.

Purtroppo molto spesso nell’allenamento, non si cerca la comunicazione tra i sistemi sottocorticali e quelli corticali ma anzi li si mettono in contrapposizione, creando così delle difficoltà all’atleta. Questo purtroppo avviene anche con atleti molto giovani.

Un classico esempio è quello di Istintività vs Razionalità. Cioè quando il raziocinio di una persona (sia esso l’allenatore o l’atleta stesso) vuole prendere il sopravvento sulle modalità filetiche, quelle che comunemente chiamiamo istinti. Ad esempio in una determinata tecnica bisogna stendere completamente il braccio ma “di istinto” l’atleta tende a fletterlo un po’. Cosa succede in tanti frangenti come questo? Prevale la razionalità e si impostano una serie di esercizi tecnici e situazionali affinché l’atleta cancelli o trasformi la risposta istintiva in qualcosa di tecnicamente più valido.

A livello sistemico si esercitano quindi le vie superiori del movimento dimenticando di coinvolgere direttamente nel processo quelle inferiori, alla fine si arriva al risultato ma non ci si accorge che nel frattempo o l’atleta sviluppa altri “difetti”, siano questi tecnici o attitudinali,o accumula stress.

Se noi diamo una forte importazione corticale allo studio della tecnica e quindi mettiamo molta energia nella costruzione di nuove vie neurali, e nel frattempo ignoriamo i potenti segnali dell’amigdala, creiamo un conflitto interno che brucia energia e genera una certa quantità di stress fisiologico.

Un altro esempio è lapprendimento tecnico segmentario (che privilegia ovviamente gli aspetti corticali) contrapposto all’apprendimento attraverso la ricerca di spontanee soluzioni (che se condotto propriamente privilegia i sistemi sottocorticali). La maggior parte degli allenatori non sa che i due approcci possono integrarsi fino al punto di sintesi, creando una sinergia invece dell’inevitabile rallentamento che avviene se i due aspetti sono svolti in maniera separata o unitaria.

Incarnava questa capacità di integrazione Cus D’amato, il leggendario maestro di Mike Tyson, che non solo sapeva strutturare programmi di allenamento in cui gli aspetti più squisitamente tecnici e quelli istintivi/creativi si connettevano alla perfezione, ma sapeva anche adattarli e rinnovarli per renderli sempre più stimolanti, in linea con le crescenti abilità degli allievi.

Come terzo e ultimo esempio (ce ne sarebbero decine) possiamo vedere l’approccio omologato contrapposto all‘approccio personalizzato. Un dibattito molto discusso nei camp di aggiornamento tecnico nelle più varie discipline. Un’altra separazione, un altro altro ambito dove, non avendo le chiavi di integrazione tra sistemi corticali e sotto-corticali, si cerca di sviscerare e analizzare degli aspetti sempre più nel dettaglio, creando perfetti piani teorici, che poi offrono in realtà pochissimi vantaggi pratici.

Nel basket ad esempio possiamo vedere la didattica del tiro a canestro: istintivamente l’atleta principiante sente che per fare un buon tiro lo deve far partire dal basso, se libero di allenarsi in questo modo e se il soggetto è abbastanza coordinato, in poco tempo sviluppa precisione e potenza con un gesto armonioso. Solo che, nel contesto di una partita, non si può far partire un tiro dal basso perché verosimilmente ci sarà un avversario a fermarti. Quindi un buon allenatore ti correggerà, insegnandoti da subito a far partire il tiro in maniera che sia almeno un po’ più difficile stopparlo, impedendoti di prendere quello che viene detto “un vizio tecnico”. Fin qui tutto corretto se non che, acquisire il tiro in questo modo richiede molte, molte ore di pratica e molti atleti acquisiscono, nel processo, una serie di compensazioni che rendono il tiro un po’ legnoso o comunque poco efficace, piccoli difetti poi su cui dovranno continuare a lavorare incessantemente, anche quando giocano ormai da anni in serie A.

Il giocatore che gode di una perfetta comunicazione tra i sistemi corticali e quelli sotto-corticali non ha questo problema, riesce anzi a combinare il meglio dei due aspetti, integra con naturalezza la potenza e la precisione del tiro dal basso con l’inarrestabilità del tiro dall’alto. Il tutto in un gesto fluido e molto bello a vedersi, lo fa sembrare facile. E questo è solo il punto di partenza perché poi, di partita in partita troverà il modo di renderlo più pronto, elusivo, invisibile, ecc., saprà insomma aggiungere le caratteristiche e le qualità che servono sul momento.

Per capire cosa si intende con questo tiro si veda il già citato Stephen Curry, ma anche altri come i famosissimi Kobe Bryant o Micheal Jordan.

Ma queste persone sono nate così o ci sono diventate?

La perfetta comunicazione tra i vari sistemi neurali è una caratteristica puramente genetica o viene appresa e acquisita durante lo sviluppo?

E soprattutto si può migliorare?

Certe persone godono pienamente fin dalla tenera età di un’ottima connessione, sono atleti nati e non hanno bisogno di fare nulla per migliorare la loro perfetta coordinazione mente-corpo-movimento se non praticare appunto una o più discipline. Diciamo che nascono già col 9 in tasca, alcuni già col 10 e lode. Se poi si impegneranno a fondo diventeranno campioni altrimenti rimarranno degli ottimi dilettanti. Anche da dilettanti, quindi non perfettamente allenati, a volte sono capaci di guizzi di genio sportivo in grado di mettere in crisi anche i professionisti più esperti e con un livello di allenamento molto superiore. Si pensi ad esempio al judoka Barni, in grado di proiettare i nazionali (tutti selezionatissimi e che si allenano da professionisti nelle squadre militari).

Ma questi sono una percentuale bassissima, poi c’è il resto del mondo, che ha un livello che può andare dal 5 all’8 e che, presto o tardi, si scontra con questo limite.

Ciò causa molta frustrazione all’atleta e anche ai migliori allenatori, che sanno esattamente cosa serve al loro atleta ma che si trovano di fronte un processo complicatissimo, lungo e impegnativo e che non sempre va a buon fine.

È come cercare di far battere un servizio più potente ad un giovane tennista che ha già una tecnica perfetta ma che ha scarsissima massa muscolare. Il suo bisogno è quello di allenare la muscolatura, ciò è ovvio, ma se si ignorano gli esercizi di potenziamento e si continua solo con la ripetizione del servizio i risultati saranno lentissimi. Questa è un’ovvietà ma quando non si conoscono alternative si utilizzano le vie collaudate. Un vero peccato.

Migliorare la connessione cerebrale con i soliti sistemi porta alla stessa lentezza: per quanto gli esercizi coordinativi, l’addestramento delle abilità motorie di base e gli esercizi tecnici specializzati ecc. siano di grande utilità sotto molti punti di vista, se l’atleta ha raggiunto il limite delle sue capacità di flusso di dati, non è con questi metodi che gli si può risolvere il problema. Si possono ottenere solo piccoli risultati in molto tempo e con molto sforzo, soprattutto nei soggetti che hanno superato i 23 anni. Provare per credere.

La buona notizia è che comunque questa qualità è allenabile a qualsiasi età e qualsiasi sia la condizione del soggetto e porta a miglioramenti diretti nella coordinazione, nell’inventiva e nelle capacità attentive e di improvvisazione.

Tutti hanno già in sé queste qualità. Queste da sole non bastano a forgiare un campione ma sicuramente, come risultato minimo, ti portano immediatamente una o due classi sopra a quella in cui sei adesso. E se allenate periodicamente continuano comunque a generare salti di qualità.

Ciò che ho scoperto che ci sono dei metodi efficaci per mettere in coerenza le vie neurali che presiedono l flusso di informazione tra le aree corticali e sottocorticali

Quando un atleta inizia a recuperare la coerenza il primo grosso risultato tangibile di cui si accorge è proprio a livello motorio: il movimento e le sensazioni legate al movimento iniziano a cambiare. Gradualmente gesti che prima non miglioravano da tempo si fanno più efficaci, molto più fluidi e precisi e diventano molto meno stressogeni.

Successivamente non solo i gesti tecnici ma tutte le azioni motorie diventano molto più plasmabili e duttili, soprattutto aumenta l’adattabilità del singolo gesto, delle azioni motorie complesse e anche delle attitudini e delle strategie. Poi l’atleta e il tecnico si rendono conto della nuova capacità di uscire da qualsiasi schema e arrivare al risultato in qualsiasi modo.

Che cosa abbiamo ottenuto e che cosa si può ottenere:

  • Risolvi il tuo ostacolo o problema motorio più grave
  • Smetti di cadere nel difetto tecnico senza rendertene conto (ogni tanto succede anche ai campioni)
  • Migliori la tua esecuzione in tutti gli esercizi, di base e avanzati, che ti aiutano a migliorare il gesto tecnico
  • Scopri il flusso tra il gesto tecnico perfetto al risultato ottimale
  • Accedi a risorse motorie fisiche insperate, apparentemente oltre i limiti del tuo patrimonio genetico
  • Ti diverti ad ogni allenamento scatenando il tuo lato più creativo e geniale
  • Recuperi la capacità innata di resistere agli infortuni

 

Per il tecnico illuminato

Immagina come può essere lavorare tutti i giorni con un atleta che risponde bene, anzi risponde meravigliosamente, a tutte tecniche, tattiche, strategie che elabori per il suo sviluppo. Giorno per giorno costruire assieme abilità vincenti in un clima di grande stimolo per entrambi, utilizzando ogni allenamento e ogni competizione per migliorare.

Portare un ragazzo che possiede una dotazione perfettamente nella media a competere, e forse battere, avversari in classi superiori, favoriti dalla genetica e dalle circostanze.

Immagina all’impatto educativo che ha sugli atleti poter godere a pieno dei frutti della tua preparazione.

 

Per l’atleta motivato

Immagina come può essere allenarti e gareggiare sentendo un senso di attivazione, di profonda sicurezza e di benessere, come un lupo che insegue una preda.

Sai che puoi vincere o perdere ma sai anche sempre e comunque che il lupo sei tu.

Immagina che le sensazioni che hai ora quando sei al tuo top della forma siano per te il minimo garantito, che da lì puoi solo migliorare.

Immagina come può essere allenarsi sentendo i muscoli che rispondono al meglio mentre ti escono movimenti efficaci che nemmeno sapevi di conoscere.

Questa è una cosa che accade spesso agli atleti che possiedono questa grande libertà motoria: fanno una tecnica incredibile, efficace e magari molto spettacolare e i giornalisti chiedono quante migliaia di volte l’hai provata in allenamento, e il campione risponde “Oh this…? That just came up!” come a dire “Ah questa… ? Mi è venuta così!”

Immagina come ci si sente intanto che il tuo istinto lavora per te e non contro di te.